Il 15 maggio in un'aula all'Università di San Marino due funzionari della Commissione europea spiegavano, slide dopo slide, come funzionerà l'Accordo di associazione tra la Repubblica e l'Unione. Le aule le ho lasciate parecchi anni fa, e ci sono tornato quest'anno per il Corso di Alta Formazione in European Studies.
Due mesi dopo, il 16 luglio, il Consiglio dell'Unione Europea ha autorizzato la firma di quell'accordo. La cosa che studiavo al banco è diventata la notizia di apertura dei giornali sammarinesi.
Lo dico da sammarinese prima che da consulente: davanti alle grandi riforme annunciate, un po' di scetticismo qui è fisiologico. Questo Paese ha una lunga tradizione nel recepire le soluzioni altrui — spesso quelle italiane, spesso in ritardo, non sempre le migliori. Chi lavora con le imprese ha imparato a diffidare degli entusiasmi di giornata.
Ma è proprio per questo che l'Accordo di associazione merita di essere letto per quello che è, non per come viene raccontato. Perché questa volta il meccanismo è diverso: non si tratta di copiare a valle le regole di qualcun altro, ma di sedersi al tavolo dove le regole si applicano — con un Comitato misto, meccanismi di salvaguardia per le difficoltà serie, e la partecipazione alla formazione degli atti che ci riguarderanno. Si può discutere se sia un bene o un male. Non si può dire che sia la solita fotocopia.
L'Accordo porta San Marino dentro il mercato interno europeo: libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali, alle stesse condizioni di concorrenza degli Stati membri. La Commissione lo ha definito l'accordo più completo che l'UE avrà con un Paese terzo — più esteso di quello con Islanda, Liechtenstein e Norvegia. Non è un'adesione: San Marino resta uno Stato terzo, con la sua sovranità e la sua fiscalità.
Per chi fa impresa, i punti che contano sono quattro.
Le merci. L'attuale unione doganale viene sostituita dalla piena partecipazione alla libera circolazione. Per chi produce e vende verso l'Italia e l'Europa significa meno attriti e regole uniformi — e l'obbligo di rispettarle davvero, perché la vigilanza non sarà più solo domestica.
Le persone e i servizi. Libertà di stabilimento e libera prestazione di servizi nei due sensi. Un professionista o una società sammarinese potranno operare nell'Unione a condizioni che oggi semplicemente non esistono; e vale il contrario, il che significa più concorrenza in casa.
I capitali e la finanza. Qui serve la lettura più fredda: l'accesso al mercato europeo dei servizi finanziari non è immediato, è graduale e condizionato — convergenza regolamentare, cooperazione tra vigilanze, verifiche sulla solidità del sistema, con un orizzonte di allineamento che può arrivare a quindici anni. Chi promette il passaporto finanziario domattina non ha letto il Protocollo 3.
I programmi europei. È il capitolo di cui si parla meno ed è quello che trovo più interessante: la partecipazione ai programmi UE con gli stessi diritti e obblighi di istituzioni e imprese degli Stati membri, con un contributo proporzionato al PIL. Per le imprese sammarinesi i bandi europei sono sempre stati un territorio altrui. Smetteranno di esserlo — per chi saprà scriverci sopra progetti seri.
L'autorizzazione del 16 luglio non è la firma: è il via libera interno dell'Unione. Seguiranno la firma vera e propria, il consenso del Parlamento europeo e le ratifiche — quella sammarinese e quelle degli Stati membri. Non esiste oggi una data ufficiale di entrata in vigore, e chi la indica con sicurezza sta indovinando. Parliamo di anni, non di mesi.
Ed è esattamente questo il punto. Il tempo che separa l'annuncio dall'applicazione è il tempo in cui un'impresa può scegliere se arrivarci preparata o rincorrere. Le regole che arriveranno sono in larga parte già scritte — stanno nei venticinque allegati tecnici del Protocollo sammarinese. Leggerle adesso è possibile. Capirle adesso è un vantaggio.
Il corso che sto frequentando non mi serve per un titolo. Mi serve perché tra qualche anno le domande dei clienti cambieranno: non più soltanto "come apro una società a San Marino", ma "come porto la mia società sammarinese in Europa" — e viceversa. A quelle domande si risponde bene solo se si è studiato prima, quando la materia era ancora un corso universitario del venerdì pomeriggio e non un'urgenza del lunedì mattina.
La formazione, nel nostro mestiere, non è un obbligo deontologico. È la differenza tra accompagnare un cambiamento e subirlo insieme al cliente.
Se volete ragionare per tempo su cosa l'Accordo può significare per la vostra impresa, una conversazione riservata non impegna a nulla.
Prendere contattoLe informazioni hanno carattere divulgativo e sono aggiornate a luglio 2026; non sostituiscono una valutazione professionale sul caso concreto.